Higgiugiuk La Lappone
A Federico
(il viaggio)
Ci muoviamo verso nord.
La luce estiva ha una fibra liquida
per ore dissolve la notte -
la luna è un boccaglio nell'arancio.Il vetro dell'autobus resiste incrinato
scanalato di traverso come da un ramo -
è per via delle renne, dice l'autista,
si fermano abbagliate sull'asfalto, i loro palchi
si schiantano nei fari. Sono grandi, sciocchi animali.
Le renne annodano i venti nel pelame -
noi entriamo nella terra diradata, i boschi
sbiancati verso l'acqua. Donne invisibili
slegano i grembiuli nel salmastro delle vele.
Fanno piccole barche di corteccia.Le piante cercano il sole, si voltano - così
smettono di alzarsi, svettare -
strisciando sulle lunghezze
verso i poli.C'è una sola strada in Lapponia.
La traccia di una mappa infantile, irregolare.
Ai lati la ruggine della tundra, le macchie
sagomate di animali - un vuoto pieno
di funghi, mosche, licheni - le radici dei fiumi
nell'acquitrino.Siamo gli unici stranieri in partenza da Rovaniemi.
Gli zaini tra il poco bagaglio dei locali - ceste di vimini, borse
della spesa. Tutto quello che serve sono calzini doppi,
scarpe robuste, una giacca impermeabile perché il cielo quassù
è una tasca di pioggia - i pochi abeti lo tengono al soffitto come spilli.Nelle ruote la terra penetrata
e nella terra storia di frammenti
cuciti come pagine sui vetri.
Si spengono negli alberi la musica
i demoni vicini della Russia
le steppe inafferrate del pensiero.Ogni tanto un cartello sul greto dei sentieri
le case d'assi, i tetti acuti
l'orso impagliato nei parcheggi.
Un vecchio sale e ci fa cenno -
ha un bastone grezzo, gli stivali da pescatore.
Qualcuno si addormenta.La lingua setaccia i suoni finché il senso
è indovinato nell'occhio, negli spigoli
dei volti, il contrarsi delle dita e poi nel motore
ronzante - spicchi di verde e grigio come pezzi d'alfabeto.(il ragazzo finlandese)
Un linguaggio è una linea di sangue
si afferrano gli accenti, la convergenza
d'onde - lo schizzo del pesce nelle reti.Questo è il corpo ulcerato
dalle branchie, la sua acqua commestibile,
irreale, la vita dal mondo sottostante.
Non puoi guardarlo troppo a lungo tra le mani - devi
svolgerlo dal filo, colpire.I pesci sono i respiri, il silenzio.
Una volta urlavano ognuno nel suo idioma
ma tutto era nudo in superficie -
il muschio non copriva la lentezza
non potevamo studiare i volti, renderci all'aria.Il ragazzo finlandese è un titano nordico -
nella camicia a scacchi di lana la pelle chiarissima, dura.
Porta un vecchio zaino militare,
una vanga impolverata, legata all'esterno.Quando parla si esprime in italiano -
cinque anni di scuole a Firenze,
le estati selvatiche in Maremma.Vengo a cercare l'oro del Lemmenjoki.
Mi fermo sempre a Rovaniemi
per qualche birra in un pub che conosco - c'è
questo mio vecchio zio -
non comincio un viaggio senza una bevuta come si deve
gli occhi due buchi per il fumo, spinti dai tavoli, verso il basso.
Sogno di me stesso, dei miei ripari.Poi è il fiume, i flutti striati di luce
seduto al pari dei sassi, divido il riflesso dai fondali.E se l'acqua fosse ferma, la sabbia
un po' più oltre sgambettasse?
Allacciata alle pinne, alle code.
L'oro sta nascosto -
miscelato nel sole e nella melma.
Dentro il nero delle molte cavità
nel bianco ribaltato degli insetti
è rosso quando si muove
sembra vivo tra le scaglie.Ogni tanto prendo un pesce da arrostire.
Ho scatolette, cioccolata, il coltello -
non molti vestiti. Gli animali si avvicinano
alle capanne a curiosare - una volta una renna prese a seguirmi,
beveva dalle mie pentole.
La fortuna è trovare le corna, il sangue
staccato di velluto sopra il chiaro -
pulire con la lama il legno all'osso.S'incide un ciondolo sciamanico -
un microcosmo ticchetta sul petto,
l'inchiostro gocciolante nelle fenditure.Questo è il raggio dell'astro, gli spiriti
della malattia, le otto frecce,
i morti nelle pellicce di lupo.
Quasi ti scordi le parole.Si taglia nell'addome la materia
espulsa e macinata a perfezione
dai nodi si lava via l'ossigeno
s'intreccia per scendere nel sonno.Nei boschi non s'incontra nessuno -
ho il tempo del fuoco e degli odori.
Se le nuvole si chiamano sui rami -
un maglione sopra l'altro rinchiuso
nella tenda - conto le batterie
i cerchi di luce gialla, gli avanzi.Ma nell'inverno si è tutt'uno con il cielo.
Ti spingi nei paesi oltre le foreste, nella scia
luminosa di pozzanghera
le impronte, le pernici striscianti sulla testa.
Le superfici svuotano le gambe come fiamme
affondano di neve -
allora il vento è un sentiero.
Lo senti senz'alberi schiudersi i pori, le foglie -
le sue punte ghiacciate di stella.Kirkenes, il mar di Barents
e più avanti a nord-ovest le isole Svalbard
il confine immaginario - la discarica di tutte le storie.
L'acciaio sverniciato delle navi.Il freddo sporge nei suoi aculei, si spacca.
La baia è una costola di balena, cresciuta sopra
i nervi degli arbusti. Si sedimenta, scricchiola
nei sonar. Nel buio il cibo sale nei cerchi di pulviscolo
nei canti - le orche fanno un vapore nelle onde
sbattono le aringhe tra le pinne.Mi giro in una grotta d'acqua - sono esposto e protetto -
al sicuro nel mio sacco a pelo.(il tamburo)
Luce e oscurità sono stagioni
scolpiscono correnti sulle strade.
Per mesi il tempo è una casa interiore,
come spengere una lampada e stare soli -
le cose non ancora composte, i fuochi sfilacciati.
I tramonti si sfaldano in persone antiche, arti.Tutto è vicino - conosci un posto segreto dove i pesci
si fermano nel ghiaccio - una creatura nell'altra
del colore del pelo, delle membrane - il grasso della carne
succhiato da sotto il mare. Le dita rosse e viola.Dai mercati del porto, i cibi cotti nel burro, i tè nei bollitori
sale il mormorio del fumo, il conforto privato dei pensieri.
Dalle aringhe essiccate, il naso storto del salmone, il feltro
rammendato sulle orecchie.Si cammina di lago in lago sugli alberi riflessi.
Le fessure nel terreno sono chiuse, le tane dentro cumuli di zolle,
la testa nera della lontra salta nel fiume.Il prossimo varco è il gelo. Fisso.
Forato da un tendine di renna, un amo.
Gli uccelli sono anime guizzate dalla gola come anguille.
Finlandia significa la fine - i corpi assorbiti nei sonagli
le chiese tratteggiate sui tamburi.Cosa resiste al fondo? L'aria? L'acqua?
Aria e acqua in un tondo di pelle, la bacchetta d'osso?
Questo è il suono - i paesaggi sottratti dagli zoccoli,
il martellare anonimo dell'onda.Puoi lasciare i tuoi bagagli sul margine del bosco
l'automobile aperta al muso dei ghiottoni,
scomparire per giorni, poi tornare
senza sillabe coi sassi nelle suole.
Imparare un ritmo, non fare rumore.(l'orso)
Quando arriviamo nella foresta, fa freddo, piove.
Il guardia-boschi dice di un tepee grande di legno
dove il fiume si schiaccia in bacche marce -
rigagnoli di ghiaia e di sterpaglia.Nella saliva secca, dentro l'erba
si scioglie un pane amaro di lichene
musi grigi ci annusano le orme.Ci filtriamo l'acqua dai vestiti, le mani
a palme tese sopra il fuoco -
il chiarore brucia, decresce nella pelle.
Siamo avvolti - le travi inchiodate
sulle buche degli spettri.Tra i funghi e i detriti del Joenkielinen
l'orso gira in spirali a quattro zampe
tutto l'inverno sta senza mangiare
e il languore del buio lo tormenta.Quando prende da dentro lui trasforma
e si sbarrano gli occhi nella fuga
devi gettarti al suolo come morto -
la prima cosa che si sbrana è il suono.L'orso può amare una ragazza
umana. Spinge in un moncone
la lingua negli umori - lava
dalle cosce le ferite, il gelo.Dal grasso si estrae il medicamento
versato nelle tazze ci protegge.
Una ciotola di sugo di cortecce
è per l'orso ischeletrito
sprofondato come un feto.Nel sogno le pellicce coprono le rughe
cresce il pelo attorno ai polsi, l'artiglio.
I volti sgozzati sui bastoni -
stanno piantati bassi fuori dalla tana.(l'alce)
Per rami fitti e bianco d'erioforo
specchiato nella polla come un occhio
- dove siamo, stiamo fermi, da me a te
si riduce il mondo.Si graffiano le gambe a camminare
a strisce di febbre tra le spine
i nomadi si tengono nel gruppo
i vecchi e i ragazzini stretti al centro.
Chi muore lo si deve seppellire
dove si è, nel freddo, senza tempo
le sue scapole, rotule raschiate
a renne ossificate nel pantano.Con i lacci ruvidi di scarpe
si espongono le vene sui polpacci
si stringono in più punti le placente
perché la vita scenda come un bozzolo
di muco e di colla di farfalla.Stanno timidi sul bordo i nostri morti
dove cala il fossato, poi si increspa.
Sono grumi di bosco sulle braccia, noiaffioriamo in lembi di tepore
la fanghiglia pulsante sulla stoffa.
La pelle suturata è una ghirlanda.Le strade ci dimenticano
sgusciate dalle labbra
tornano nel rammendo di parole
creature consunte, poi riaccese.
Nascoste dentro i massi le monete.I segni sul diario avviluppati
come capelli, filo di radice -
sono i legami, lo sforzo di tenere.
Qui è quando suoni l'armonica
nel bungalow acquatico d'azzurro
guardo la gente ignota in fotografia.E' questo il vivere quieto, il conforto -
la culla disumana dei silenzi?Sugli zigomi ci buca la somiglianza,
i rametti impigliati nel cappuccio.Siamo fuori, sull'asfalto, il libro tra le dita
le teste reclinate - l'autobus più vuoto.Poi d'improvviso si affievolisce il corpo
ecchimosi d'insetti e di crateri -
l'autista rallenta, il vetro è un plasma sulle mani
corpuscoli d'ossigeno, luce.
Ci corre accanto l'alce - collina, quercia diramata.
Il cuore nucleare sfiorisce sopra il cranio.(il verso dei cuccioli)
Noi siamo la gente piccola, sdrucita negli stracci.
Gli alberi caduti fatti palude - la scorza masticata
nel collante ineguale della neve.Molto lontano c'è un buco nel ghiaccio.
La luce si abbassa, slitta nell'acqua.Qui a volte è una casa di gusci
le pelli scivolate internamente
gli stivali cuciti sui piedi nudi.Ho sette anni. Un sole d'uovo spaccato
migrante - mia nonna ha le guance
rosse dell'agosto.
Sogna un paese di treni fermi,
di betulle sfrondate sulle schiene -
ogni notte le voci fanno una dimora
i laghi bevono l'arsura dalle nubi.Nonna, se mi vedi, sono all'ombra -
i gomiti puntati sulla stuoia. Nella pineta
posso premere l'umido smosso, scuro
l'odore esatto di tronchi sbriciolati.
Noi cerchiamo complessità nelle vite
ma il semplice torna in un cavo di mani
la tela grezza per non pungersi
coi semi del terreno.Il libro gira sulle trecce bionde
il ricamo blu del vestito. I tratti di matita
fanno un viso lontano di bambina.
Mi bisbiglia, in tutto il foglio bianco
il sillabare magico d'un nome -
Higgiugiuk! Higgiugiuk! la lappone
mi osserva.La bambina adorna la sua renna
di campanelli e nastri - ai piedi ha
le racchette, il muschio secco attorno
alle caviglie.Nella slitta porta la tenda
le pelli delle foche per la primavera.Esistono altre case fatte d'alba
crepuscoli infiniti di colore
e foglie impiastricciate in un'argilla
per conservare il sale delle carni
il latte congelato delle renne.Il lappone come la renna ha paura
sente il grosso del fiume rompere il cordame -
anche il lupo che chiamano fuoco
ha i piccoli strizzati nel fiuto dei segugi.La luce arde forte, s'impasta tra le zampe
la lana dei tricorni.Hai impiccato il più vecchio dei tuoi cani?
Hai spellato la fatica dalla pena?
Hai raccolto le canzoni per dormire?Si slargano ed aggrumano le pance dei più vecchi.
Nella lucerna il sebo sfrigola le bocche una per una.Noi siamo la gente piccola. Restiamo
nel tuo passo ancora un poco.
Prima di prendere l'oceano chiuso, il collo spezzato -
attraversare. Le unghie ripiegate nel tuo fiato.
Pistoia - Londra, gennaio-maggio 2007
Francesca Matteoni (1st Prize, Adult)
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Io che porto il lutto da quando
Io che porto il lutto da quando
avevo 18 anni, che ho perso
mio marito in Russia e non ho
conosciuto uomo da quel giorno
per rispetto, che ho sperato fino
all'ultimo e che mi illudo ancorache spunti dalla porta come niente
con il volto ancora dei vent'anni,
sorridente. E intanto passo le giornate
dai ginecologi inventando quadri
clinici, per poter sentire mani d'uomo
scorrere nel ventre e immaginare
quel non è stato, mai una volta.
Matteo Fantuzi (2nd Prize, Adult)
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Alla fine della storia sei stata
Alla fine della storia sei stata
brava il tuo mestiere lo sai fare
io ne dubitavo forse. Mi aggrappo
alla materia adesso al suono della
neve gelata. Credevo
che le parole non avessero
fiato e invece respirano
sanno di pane e ginocchia
hanno sangue nelle vene.
La domenica sera il tempo
non ha più niente da dire
eppure domani si ricomincia.
Vito Russo (3rd Prize, Adult)